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IL DECADIMENTO BETA E L'IPOTESI DEL NEUTRINO

 

Le sostanze con radioattività alfa emettono nuclei di elio, ad esempio, il radio (Ra)- elemento scoperto da Marie Curie- decade in radon (Rd), un gas nobile secondo lo schema:

Con la radioattività alfa dall'atomo originario vengono espulsi due protoni e due neutroni; il numero di massa si riduce quindi di quattro unità. Questo fenomeno riflette una instabilità strutturale del nucleo "padre", un fenomeno spiegato all'inizio degli anni '30 nel quadro della meccanica quantistica. Nella radioattività di tipo gamma vengono emessi i fotoni (quanti di luce) di altissima energia. L'origine della radioattività beta invece rimase problematica sino al lavoro di Fermi. I raggi beta sono elettroni, ma da dove vengono? Prima della scoperta del neutrone si credeva che il nucleo fosse composto da protoni ed elettroni. In questo quadro il decadimento beta risulterebbe quindi simile al decadimento alfa, cioè un riarrangiamento dei componenti già presenti nel nucleo iniziale, una vera e propria disintegrazione. La scoperta dei neutroni portò rapidamente ad abbandonare questa tesi. Alcune misure sulla spettroscopia delle molecole d'azoto eseguite da Franco Rasetti nel 1929, avevano già messo seriamente in crisi l'ipotesi della presenza di elettroni nucleari. Questi risultati sono citati nei lavori di Heisenberg del 1932 sulla nuova teoria della struttura nucleare.
La radioattività beta poneva un problema ancora più grave: gli elettroni non vengono emessi con una singola energia ma con uno spettro di energie che varia con continuità. La situazione è ben diversa da quella che si riscontra nei decadimenti radioattivi di tipo alfa o gamma, in cui l'energia della particella emessa è determinata dalla differenza di energia tra il nucleo iniziale e quello finale, ed è quindi sempre la stessa per un dato tipo di decadimento. Nella disintegrazione del radio ad esempio, vengono emesse particelle alfa con un'energia di 4.88 MeV. Questo semplice argomento non funziona nel caso del decadimento beta; Bohr era giunto a proporre che in questo caso l'energia non fosse esattamente conservata. La soluzione di questo problema fu trovata da Pauli: nel decadimento beta non viene solamente emesso un elettrone, ma anche una seconda particella che sfuggì ai loro strumenti. Le due particelle emesse si suddividono l'energia a disposizione, questo può venire in proporzione differente, di modo che l'energia conferita all'elettrone non sia univocamente determinata. La seconda particella doveva essere neutra, altrimenti sarebbe facilmente rilevata tramite il suo potere ionizzante, e non poteva essere un fotone, poiché i dati sperimentali sembravano escluderlo. Si doveva trattare di una particella interamente nuova. L'ipotesi di questa seconda particella sembrava fantasiosa a Pauli stesso. Ne scrisse infatti solamente ai colleghi più stretti dove chiamava questa particella neutrone. Nel congresso sulla fisica nucleare tenutosi a Roma nel1931 ne parlò con Fermi che scherzosamente gli propose il nome appropriato "neutrino" poiché la sua massa doveva essere inferiore a quella del neutrone. Nel 1932 tuttavia Fermi discuteva ancora della radioattività beta in termini delle emissioni di particelle già presenti nel nucleo; la soluzione avvenuta nel 1933 sarebbe stata radicalmente differente. Nell'ottobre del 1933 il punto di vista moderno sulla struttura del nucleo, composto da protoni e neutroni, ebbe la sua sanzione ufficiale a Bruxelles nel corso della conferenza Solvay. Nella discussione che seguì la relazione di Heisenberg sulle forze nucleari, Pauli uscì finalmente allo scoperto con alcuni commenti sulle ipotesi del neutrino.

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